Simon a ruota libera – intervista

È un tipo deciso Simon Baker. Uno che non perde tempo. Quarantotto ore dopo aver preso in esame, nel suo letto di Sydney, la sceneggiatura di The Mentalist, era già a Los Angeles nell’ufficio del suo creatore, Bruno Heller, per convincerlo a dargli la parte del protagonista. Il giorno seguente Mr. Baker era sul set.

Nato a Launceston, la stessa cittadina della Tasmania di Errol Flynn, l’attore quarantenne ama la competizione, il rischio e il “richiamo della foresta”.

«Credo che nel mio intimo rimanga una traccia dell’antenato primordiale, quello che va in cerca di carne con la clava in mano».

Insomma: attenzione al sorriso disarmante, ai riccioli d’oro e agli occhi verdi. A quanto dice, nascondono un uomo di Neanderthal.

Confessi: anche lei, come il “suo” Patrick Jane di The Mentalist, possiede poteri psichici nascosti?
«Magari. No, neppure l’ombra».

Quante volte ha consultato un sensitivo, nella sua carriera?
«Parecchie. Mai a Los Angeles, però, anche se qui se ne trovano a ogni angolo, chiusi in casette con un’insegna colorata e le stelline dipinte a mano. Mi capitava spesso di frequentarli tempo fa, soprattutto quando mi trovavo per lavoro all’estero e mi sentivo solo. Ho incontrato un sensitivo a Parigi, per esempio, e uno a Tokyo. Non capivo una parola, ma non era affatto importante».

Allora perché li ha consultati?
«Per puro narcisismo: volevo la loro attenzione e pagavo per avere 20 minuti del loro tempo».

A Hugh Jackman, un veggente aveva predetto una grande carriera. E a lei?
«Mai. Ma non è molto difficile per un indovino dire a un personaggio come Hugh, che trasuda energia, simpatia, e carisma, che avrà un futuro brillante. Lo avrebbe avuto anche se fosse stato un idraulico. Glielo avrei detto pure io, che non sono un indovino».

Lei non crede nel paranormale e non le piace fare il poliziotto. Eppure Patrick Jane è proprio questo, un poliziotto dai poteri psichici.
«È un bel personaggio, perché non ha nessun senso di autoconservazione, non ama la violenza e le armi, non ha voglia di vivere – dopo l’assassinio di moglie e figlio – se non per conoscere la verità. Per me è come un clown triste, il vagabondo di Chaplin o il disarmante detective Colombo di Peter Falk».

Come spiega il successo di The Mentalist?
«Credo che lo spettatore si identifichi con Patrick Jane, e gli piaccia quel suo modo di prendersi gioco dei cliché procedurali dei poliziotti, delle loro manie, dei loro atteggiamenti irritanti. E poi Patrick non ha paura di niente: mi ricorda anche il Joker interpretato da Heath Ledger in Il cavaliere oscuro, una mente criminale che aspirava al caos. Solo che Patrick non è un criminale».

Lei ha dichiarato spesso di essere competitivo. Nel lavoro o nella vita privata?
«Sono australiano e sono cresciuto con l’idea di dover vincere: se cadi da cavallo rimonti in sella e ci riprovi. E se cadi ancora, ci riprovi un’altra volta. Se alla fine perdi, va bene comunque perché hai fatto il massimo. La competitività fa bene, è sana, come il saper rischiare».

Sua moglie, Rebecca Rigg, è un’attrice. È’ competitivo anche con lei?
«Rebecca è una roccia, è intelligente, sicura di sé, è una guida fantastica per me. Quando l’ho conosciuta sul set di E Street, una soap opera dei primi anni Novanta, aveva già girato 11 film, io invece ero un perfetto sconosciuto. Adesso lei si occupa soprattutto dell’educazione dei nostri tre figli, Stella di 16 anni, e Claude e Harry, di 10 e 8. E pure della mia» (ride).

Quando ha deciso di fare l’attore?
«Avevo 13 anni, ma non potevo certo parlarne ai miei genitori, che avevano ben altre aspirazioni per me. Volevano che diventassi medico, come mia sorella. Per accontentare mio padre, mi sono iscritto a una scuola per infermieri. Sapevo che l’80 per cento degli studenti erano ragazze e non mi sembrava così male. Dopo due mesi, però, ho mollato tutto e ho cominciato a lavorare in un pub. Qualche anno dopo, parlando con Russell Crowe, ho scoperto che quel pub era appartenuto alla sua famiglia».

La sua vita è una vera soap. Poi che è successo?
«In seguito, Rebecca e io abbiamo deciso di tentare l’avventura hollywoodiana. Non avevamo un soldo: le prime settimane in America le abbiamo passate a casa di Nicole Kidman e Tom Cruise (all’epoca marito e moglie, ndr), amici di Rebecca. A quel punto, abbiamo cominciato a cercare lavoro».

fonte: [link]

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About NaNà

Operatrice multimediale e blogger, con la passione per l’arte e il pallino per le nuove tecnologie. Cofondatrice dell'ANMC - Associazione Nazionale Manager Culturali - per il riconoscimento della figura professionale dell'economista della cultura.

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